L’edilizia popolare a Trieste: le premesse

 


Il problema dell’edilizia popolare a Trieste si pone già nella prima metà del XIX secolo.

La conclusione delle vicende Napoleoniche e la riannessione della città all’Austria sono all’origine di un vistoso processo di sviluppo economico che culmina alla fine del secolo quando, con l’abolizione del regime di Porto Franco (che fu concesso da Carlo VI nel 1719), da grande emporio la città si trasforma in porto di transito.
Prima conseguenza di questo exploit economico è il notevole incremento demografico: gli abitanti passano dai 24.000 del 1802 ai 176.383 registrati al 31 dicembre 1900.
L’emergenza abitativa si fa pressante: accanto alla borghesia mercantile e agli operai “specializzati” si sviluppa una forza lavoro priva di qualificazione che fatica a trovare casa in quanto l’offerta limitata di abitazioni – le cui condizioni manutentive sono in gran parte pessime – ha fatto crescere i prezzi a dismisura.
La borghesia è conscia che i disagi derivanti ai lavoratori da un’abitazione malsana si ripercuotono sia sulla capacità lavorativa che sull’ordine sociale, senza dimenticare le concrete minacce che ciò costituisce sul piano della salute, favorendo la diffusione di epidemie e incrementando il tasso di mortalità, in particolare quella infantile.
Recependo iniziative di edilizia popolare già avviate in ambito europeo (Germania, bacino della Ruhr), essa si assume l’iniziativa di avviare un processo di risanamento delle strutture urbane e sociali che la rapida urbanizzazione ha compromesso.
Nel 1902, mentre a Vienna si sta predisponendo una legge sulle case operaie, il Comune di Trieste affida a un’apposita Commissione l’elaborazione di un piano d’intervento pubblico nel settore edilizio. Da tale studio il 17 luglio 1902 il Consiglio Municipale approva la costituzione di un Istituto comunale per le abitazioni minime (ICAM), la cui attività si estende alla città di Trieste ed al suo territorio.


Dalle origini al dopoguerra: emergenze abitative e attenzione verso la società

Fin dalla sua nascita, seppure con ritmi alterni in funzione delle complesse vicende economiche e politiche attraversate da Trieste nel corso del Novecento, l’Icam-Iacp-Ater ha prodotto gran parte degli alloggi cittadini, rivolgendo il suo impegno non solo alla costruzione di abitazioni sane e a buon mercato per i lavoratori, ma anche alla produzione di spazi collettivi e attrezzature che migliorassero le condizioni di vita e rafforzassero le relazioni sociali tra gli abitanti. Un obiettivo, quest’ultimo, che ha portato l’Istituto triestino a mettere a punto nel corso del tempo un insieme articolato e diversificato di procedure e tipologie di intervento con cui cercare di dare concreta risposta all’emergere di un repertorio sempre più ampio di bisogni e domande abitative.
Così, fin dai primi anni del Novecento, stretta è la collaborazione tra Icam e Comune nel campo della produzione di servizi. Mentre l’Istituto, già nella fase della progettazione, spesso prevede ai piani terra dei suoi edifici locali da destinare a negozi o a spazi di uso collettivo, l’Amministrazione comunale realizza al loro interno scaldatoi, biblioteche e asili per gli abitanti più poveri dei nuovi rioni popolari. Tra il 1902 e il 1927, nonostante la stasi forzata del periodo bellico e degli anni immediatamente successivi, l’Icam costruisce ben 2.841 nuove abitazioni.

Nel periodo fra le due guerre, sotto la spinta della ricostruzione e l’accentuarsi del fenomeno dell’urbanesimo, il tessuto architettonico-urbanistico della città subisce importanti trasformazioni con l’avvio di ampi interventi che interessano prevalentemente il centro storico della città.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, l’attività dell’Istituto (che nel frattempo ha assunto la denominazione di Istituto Fascista Autonomo per le Case Popolari, IFACP) procede a ritmo sostenuto: oltre ad incrementare la produzione di abitazioni da destinarsi ai ceti medio-bassi, (se ne realizzano ben 3.113), si costruisce una grande quantità di strutture di servizio – attrezzature per il tempo libero e per lo sport, quali palestre e colonie – nelle aree già interessate dai propri interventi, cedendole poi in gestione alle differenti istituzioni preposte alla pubblica assistenza cittadina

Il secondo conflitto mondiale infligge al patrimonio immobiliare dell’Istituto pesanti conseguenze.

L’ emergenza abitativa assume toni drammatici quando, nell’immediato Dopoguerra, si profila il problema degli sfollati. Lo IACP risponde con la produzione di un grande numero di alloggi “popolari” e “popolarissimi”  e al 1952 la quota delle abitazioni complessivamente realizzate è alta: 7.467 solo nel Comune di Trieste.

Inoltre, già nei primi anni del secondo Dopoguerra, l’attività edilizia dell’Istituto inizia ad estendersi anche ai Comuni vicini: in particolare a Monfalcone – allora in Provincia di Trieste- , dove al 1952 sono ben 574 gli alloggi realizzati, e a Muggia dove se ne contano 116.

Gli anni ’50 e ’60: la sperimentazione di nuovi modelli abitativi

La domanda di nuovi alloggi, amplificata dal mutamento negli standard abitativi, cresce incessantemente nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta.

Dalla fine degli anni Cinquanta a Trieste, come nel resto d’Italia, si apre un fertile periodo di sperimentazione progettuale sul tema del quartiere inteso come ambiente di vita di una nuova “comunità”.

I principi di integrazione sociale conducono alla realizzazione di spazi aperti di carattere collettivo in cui ricreare “relazioni di vicinato” tra gli abitanti. Siamo nella fase di esperienza del quartiere “autosufficiente”, ideale destinato però ad un parziale fallimento già a partire dal decennio successivo.

I nuovi finanziamenti erogati nell’ambito dei programmi nazionali per la ricostruzione – tra tutti, il piano Ina-Casa di cui Trieste è oggetto solo nel secondo settennio 1955-1963, e il programma ministeriale per i quartieri coordinati varato nel 1954 , la loro prosecuzione nel decennio successivo con il programma Gescal, e, dagli anni Settanta, i piani per l’edilizia economica e popolare vedono l’Iacp sempre più attivamente coinvolto nella realizzazione di grandi insediamenti abitativi nelle aree più esterne della città.

Nel quartiere Ina-Casa a Chiadino, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, sono realizzati quasi 700 alloggi; nel quartiere coordinato a Borgo San Sergio, negli stessi anni, più di 1800; a Rozzol Melara, nel decennio successivo, sono costruite 650 abitazioni e altre 457 a Valmaura.

Nel 1971, il Governo  mette in atto una sostanziale riforma della normativa sulla casa e con la L. 865/71 affida agli Iacp tutti gli interventi di edilizia residenziale pubblica. E’ nel corso degli anni Settanta che l’Iacp di Trieste, accanto all’attività di riqualificazione del patrimonio esistente, promuove un’intensa stagione di sperimentazione di nuovi modelli abitativi: complessi edilizi sorgono in aree di nuova urbanizzazione e in aree occupate da costruzioni altamente degradate. A questa fase appartengono le realizzazioni di grandi complessi integrati di residenza e servizi (Rozzol Melara e Valmaura), esito ancora tangibile di una riflessione sempre più attenta alle esigenze dei propri destinatari.


Gli anni Ottanta e Novanta: tra risanamento ed edificazione

Radicali cambiamenti investono la politica dell’edilizia abitativa popolare nel corso degli anni Ottanta: dalle nuove costruzioni, il campo di attività si sposta al recupero e alla ristrutturazione e si traduce nella dotazione di servizi al patrimonio esistente e in una più stretta rispondenza tra dimensioni degli alloggi ed esigenze delle diverse categorie di destinatari, con particolare riguardo verso soggetti sociali più deboli, come gli anziani, ai quali è destinata una quota ingente delle abitazioni realizzate dall’Istituto.

Sempre a partire dagli anni Ottanta, in veste di stazione appaltante per conto di differenti enti pubblici, l’Iacp opera nel campo della realizzazione di servizi a scala urbana, in particolare nell’ambito delle attrezzature per la ricerca (si ricordano l’ampliamento del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare e della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, e la realizzazione di edifici per la nuova area di ricerca nel comprensorio di Padriciano), ma anche in quello della costruzione di attrezzature sociali nelle aree più esterne (come il nuovo mercato di quartiere e il centro sportivo realizzati a ovest del complesso di Rozzol Melara).

Il 1996 è l’anno in cui l’Istituto avvia un vasto programma finanziato con fondi regionali, tendente a risanare in modo completo gli edifici di proprietà ATER più vetusti.

Parallelamente a questa attività si è avviata la progettazione per l’edificazione di ulteriori nuove costruzioni.

Nel 1998 l’adesione, a fianco del Comune e dell’Azienda per i Servizi Sanitari, al programma “Habitat, salute e sviluppo sociale delle comunità locali” rimarca ulteriormente l’impegno dell’Istituto nel campo della riqualificazione dell’ambiente fisico e sociale di sempre più ampie parti della periferia urbana.


Dallo IACP all’ATER

In data 16/09/1999 è entrata in vigore la L.R. 24/99 dd. 27/08/99 in base alla quale gli II.AA.CC.PP. della Regione Friuli Venezia Giulia sono stati trasformati in Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale assumendo la veste di ente pubblico economico avente personalità giuridica, autonomia imprenditoriale, gestionale, patrimoniale e contabile, sottoposto alla vigilanza della Regione.

La vetustà del patrimonio gestito, l’ eterogeneità degli alloggi, la loro concentrazione nella città di Trieste, l’elevata presenza di anziani e nuclei familiari di piccole dimensioni (persone sole o coppie) tra i richiedenti, l’elevato numero di procedimenti di sfratto in corso sul fronte del mercato immobiliare privato sono fattori che hanno determinato una sempre maggior complessità della situazione abitativa e che l’Ater si è trovata ad affrontare negli ultimi anni.

L’Azienda ha risposto avviando interventi di edificazione, di ristrutturazione degli stabili più vetusti, di adeguamento degli impianti alle normative; il patrimonio gestito è stato ampliato introducendo alloggi in regime di edilizia convenzionata, alloggi ad uso foresteria per i lavoratori e assumendo la gestione del patrimonio immobiliare di altri Enti (Comune, Provincia).

Nel 2006 è stato pubblicato il nuovo bando di assegnazione di alloggi in regime di edilizia sovvenzionata che permetterà, anche se in parte, di far fronte alla crescente domanda di alloggi a canone calmierato.

Sempre nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita nei complessi edilizi ad elevata densità abitativa, l’Ater ha provveduto ad implementare e stabilizzare con nuove iniziative il programma “Habitat” già avviato in via sperimentale negli anni precedenti e ora esteso a sette aree urbane densamente popolate della città. Ad esso si sono affiancati nuovi progetti condivisi con Comune di Trieste e Azienda Sanitaria:  “Habitat Microaree” e “Equal2 – Impresa di comunità”, quest’ultimo conclusosi nel 2009.


Dal punto di vista del patrimonio, attualmente l’ATER amministra oltre 13.500 alloggi, dei quali circa 12.000 di sua proprietà, i rimanenti gestiti per conto terzi.